Una devastante
tempesta di fuoco sulla capitale. La più massiccia dalla Seconda guerra
mondiale. I blindati Usa avanzano nel deserto
Bagdad, mille
bombe e una notte

Arabi tra preghiere e rabbia
Il
malessere dei paesi
mediorientali che temono
le
ripercussioni della guerra,
soprattutto se dovesse dar
luogo
a conflittualità o instabilità
nei
complessi e pericolosi
intrecci fra sunniti, sciiti, curdi
e
interferenze dalla Turchia
o
dall’Iran
Allarme nucleare in Italia
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Gravissimo
episodio all'aereporto di Capodichino, Napoli: in coincidenza con il
passaggio di un aereo militare Usa, i vigili del fuoco registrano la
crescita abnorme del livello di radioattività dell'aria. Il velivolo
in partenza per il fronte irakeno trasportava armi atomiche?
inammissibile e pericoloso l'uso di infrastrutture civili per scopi di
guerra
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America cosa stai facendo?
di Robert
Byrd
Oggi piango per il mio Paese. Ho visto il volgersi degli eventi in questi
ultimi mesi con il cuore, il cuore pesante. L’immagine dell’America non è
più quella di un forte eppur benevolo mediatore di pace. L’immagine
dell’America è cambiata. In tutto il pianeta i nostri amici non si fidano
di noi, la nostra parola è messa in dubbio e le nostre intenzioni
sollevano obiezioni.
Invece di ragionare con coloro con cui
siamo in disaccordo, noi esigiamo obbedienza o minacciamo recriminazioni.
Invece di isolare Saddam Hussein, isoliamo noi stessi. Proclamiamo una
nuova dottrina di prelazione che è compresa da pochi e temuta da molti.
Dichiariamo che gli Stati Uniti hanno il
diritto di muovere, nella guerra al terrorismo, la loro potenza militare
su qualsiasi angolo del pianeta che possa essere sospetto. Noi asseriamo
questo diritto senza alcuna approvazione da parte di organismi
internazionali. Di conseguenza, il mondo è diventato un posto molto più
pericoloso.
Sventoliamo la nostra superpotenza con
arroganza. Trattiamo i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite come degli ingrati che offendono la nostra dignità di sovrani
comportandoci come se dovessimo aprire loro gli occhi. Importanti alleanze
si sono spaccate. Quando la guerra sarà finita, gli Stati Uniti dovranno
ricostruire non solo la nazione irachena, ma anche l'immagine dell'America
davanti a tutto il mondo.
Le argomentazioni che questa
amministrazione cerca di produrre per giustificare le sua fissazione per
la guerra sono macchiate da accuse di documenti falsi e prove indiziarie.
Noi non possiamo convincere il mondo della necessità di questa guerra per
una sola semplice ragione. Questa guerra è frutto di una scelta.
Non c'è nessuna informazione credibile
che colleghi Saddam Hussein all'11 settembre. Le Torri gemelle sono
crollate a causa di un'organizzazione terrorista mondiale, Al Queda, con
cellule in oltre 60 Paesi, che ha colpito la nostra ricchezza e la nostra
influenza trasformando i nostri stessi aerei in missili, uno dei quali si
sarebbe con ogni evidenza scagliato contro la cupola della sede del
Congresso se non fosse stato per il coraggio e il sacrificio dei
passeggeri a bordo.
La brutalità sperimentata durante
l'undici settembre e durante altri attacchi terroristici in giro per il
mondo dei quali siamo testimoni, costituisce il tentativo disperato e
violento da parte di estremisti di bloccare la quotidiana invasione dei
valori occidentali nelle loro culture. Noi combattiamo una forza non
delimitata da confini, ma un'entità oscura fatta di molti volti, molti
nomi e altrettanti indirizzi.
Tuttavia, questa amministrazione ha
diretto tutta la sua rabbia, paura e dolore che emergono dalle ceneri
delle Twin Towers e dal metallo torto del Pentagono, contro un mascalzone
ben definito, una persona visibile che possiamo odiare e attaccare. Saddam
è una canaglia, ma è quella sbagliata. E questa è una guerra sbagliata. Se
attacchiamo Saddam Hussein, probabilmente gli toglieremo il potere ma
l'entusiasmo dei nostri amici nell'assistere alla nostra guerra globale
contro il terrorismo ci avrà già lasciato.
L'inquietudine generale che aleggia su
questa guerra non è soltanto dovuta all' "allarme arancione". C'è un
sentimento dilagante di fretta e rischio e di troppe domande senza una
risposta. Per quanto tempo resteremo in Iraq? Quale sarà il prezzo? Quale
la missione finale? Di quale entità il pericolo per le nostre case?
Un drappo nero è sceso sulla Camera del
Senato. Evitiamo il nostro solenne dovere di discutere l'unico argomento
nella bocca di tutti gli americani, anche quando migliaia dei nostri i
figli e figlie in fede fanno il loro dovere in Iraq.
Cosa sta succedendo a questo Paese?
Quando ci siamo trasformati in una nazione che ignora e rimprovera i suoi
amici? Quando abbiamo deciso di rischiare, minare le disposizioni
internazionali adottando un approccio radicale e dottrinario nell'uso
massiccio e pauroso della potenza militare? Come possiamo abbandonare ogni
sforzo diplomatico quando lo scompiglio mondiale sta chiedendo a gran voce
una soluzione diplomatica?
Perché questo Presidente sembra non
rendersi conto che il vero potere americano poggia non in una volontà
intimidatoria, ma in una abilità ispiratrice?
Traduzione di Chiara
Nano
Robert C. Byrd è un senatore democratico West Virginia


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