Da: "Antonio Giovanni Pesce"
A: <babbidamotta.it@libero.it>
Oggetto: Motta.... il paese dell'oblio.

Data: sabato 3 novembre 2001 12.47



Ora abita in Brianza, in una villa che racchiude i ricordi di una vita: le foto con la Callas; la locandina del debutto, a Regio Emilia, il 20 aprile 1946; la dedica di Toscanini. Giuseppe Di Stefano ha compiuto non da molto gli ottant'anni: alcuni sanno che fu un tenore come pochi, negli anni quando, come egli afferma in una intervista, "la carriera [era fatta] di recite, di tappe, di fatica, di rischio…". Pochissimi, però, sono a conoscenza dei suoi natali: "io sono nato a Motta S. Anastasia, in provincia di Catania….". Per un paese che lo ha dimenticato… è tanto che il maestro non si sia dimenticato di noi.
Premiato con la medaglia d'oro dal Presidente della Repubblica, la città di Trapani gli ha dedicato un teatro: nella terra che gli ha dato i natali non si parla quasi più di lui. E non è solo un problema della gente. Vero: troppo ricchi e spocchiosi i mottesi, per tributare al genio il giusto onore. Perché il genio, o ce l'hai o no, questo il problema: le mercedes, le pellicce, i gioielli e l'accettazione indiscriminati di qualsiasi moda, invece, rendono al piccolo borghese mottese i suoi giorni più lieti: vanità che si ammucchia sulla vanità, con la speranza di diventare con l'avere, ciò che non si potuto mai essere: QUALCUNO.
Ma è alle autorità, che tocca in corte di far bella mostra dei propri geni: Carmunu Carusu ieri, oggi tocca a Di Stefano. La sua vita è ancora sotto il giudizio degli uomini (semmai un giudizio sia lecito), ma la sua carriera… la sua carriera è finita, ormai. Trapani ha sfatato una consuetudine davvero ridicola: aspettare che l'ultimo anelito di vita sfugga dal corpo, per riconoscere i meriti di un genio. Ma perché il ridicolo, quatto, si insinua nei costumi degli uomini, fino a diventare la norma? Ahinoi…. La consuetudine di aspettare la fine della vita, per giudicare il profilo artistico di un uomo, è mera paura dell'altro: paura di sentirci dire, quello che non vorremmo mai sentire. Nel caso specifico, che questo paese ha lasciato da solo, per poi dimenticarlo, un suo figlio, "naturale" e "legittimo", che Dio ha voluto
tra "coloro che hanno disturbato il sonno del mondo", mentre ancora oggi piccoli e miseri uomini, borghesucci che inseguono gli allori della politica e del denaro, per riempire il vuoto della propria esistenza, vengono ossequiati e riveriti… si offrono loro i posti più in vista…. si va dietro loro come un cane dietro il padrone… eppure ad ogni occasione, questi devono ribadire una filiazione con Motta, che Di Stefano non ha bisogno di mostrare: nato qui, da gente della nostra terra, la sua fanciullezza tra le nostre colline…..
Le mie parole, forse, sono vane. Forse tutto è stato dimostrato, dalla stesa dipartita di quell'uomo dalla nostra terra, e se così fosse, davvero non ci sarebbe ricchezza che ci salvi dalla nullità: il poeta Shaw forse aveva capito, che
"in effetti non esiste alcun posto nella nostra società ordinaria per un individuo

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